Tempo di Libri o Tempo di arrabbiarmi?

A Rho Fiera Milano si sta concludendo la prima edizione di Tempo di Libri.

Non mi sono mai molto interessata alle fiere dell’editoria perché fino a qualche tempo fa mi accorgevo dell’esistenza degli editori solo nei momenti negativi, cioè quando mi trovavo tra le mani un libro orrendo, quando dopo una sfilza di incongruenze logiche, di brutta caratterizzazione dei personaggi, di errori di traduzione, battitura, guardavo incazzata nera la copertina per scoprire “chi è quel delinquente che pubblica certe cose”. Per questo motivo da anni leggo quasi solo libri presi in prestito dalle biblioteche o presi al mercatino dell’usato e al limite acquisto libri nuovi solo dopo la prima lettura perché sono stufa di spendere soldi in qualcosa che anziché darmi piacere spesso mi manda in bestia.

Tuttavia, poiché ora non sono più solo una lettrice snob che può arroccarsi nel suo piccolo mondo di classici e infischiarsene del cattivo stato della letteratura contemporanea, ma sono un’aspirante scrittrice che deve cercare di emergere, pescare, navigare e cercare di migliorare quel mare di me… mediocrità, ho deciso di andare a Tempo di Libri.

Venerdì, carica di scetticismo, pregiudizi e amarezza, sono saltata su un treno per raggiungere il mio “inferno dantesco”.

La prima cosa che ho notato, già dal tratto tra la stazione e la fiera, è che per fortuna si trattava di un inferno poco popolato e molto tranquillo. Mentre pensavo al contrasto con L’artigiano in fiera, un paio di emissarie di “Cerbero” mi hanno schiacciato in mano dei volantini.

Inizialmente la fiera era proprio come me l’ero immaginata: un luogo spaccato in due tra “potenti” e “deboli” in cui la maggioranza dei visitatori gravita intorno agli stand di “Cerbero”, delle sue teste, dei “diavoli minori” con gli “angeli” in tailleur e tacchi a spillo all’entrata, e dei “giganti buoni”.

Piccoli editori… Sveglia!

La cosa che mi ha stupito e molto deluso è stato l’atteggiamento dei piccoli e dei piccolissimi editori. Nella mia testa molti di loro sono degli eroi che combattono contro il potere dei grandi per la letteratura e per la propria missione editoriale, tra i loro stand mi aspettavo entusiasmo, creatività, cordialità condita con un comprensibile scoraggiamento e un po’ di rabbia… Invece il grado più alto di entusiasmo e di gentilezza l’ho trovata in uno stand di un “medio/gigante” (almeno mi ha sollevato un po’ il morale e tolto qualche pregiudizio), tra i piccoli o i piccolissimi ho trovato invece pochi saluti, pochi sorrisi, ma soprattutto pochi tentativi di vendere!

Davanti a una tranquilla (e in alcuni casi anche depressa e scoraggiata) schiera di gente, seduta a gambe accavallate nel proprio sgabbiotto di uno o due metri quadrati, dietro alla fila di libri, mi è passato per la prima volta nella mente un pensiero: forse il problema non è tanto che i libri dei piccoli non vendono per poca visibilità o mancanza di distribuzione, perché vengono schiacciati dai colossi, ma anche e soprattutto perché gli editori (anche i piccoli con più “esperienza”, cioè di case editrici fondate già da diversi anni) non hanno lo spirito e l’inventiva da veri imprenditori. Sono “free” e dicono di investire sugli autori, ma non sanno come farlo.

Molti di loro sono nati come librai e molti sono ancora effettivamente dei librai, sia nella vita che come mentalità: l’atteggiamento da cassiere che rimane a braccia incrociate su uno sgabello a curare i libri, la cassa e guardare i possibili clienti senza aprire bocca, o da villeggiante in spiaggia sotto l’ombrellone che fa quattro chiacchiere con il vicino mentre il cliente esplora, può risultare piacevole per il cliente poiché non si sente “aggredito” e “intrappolato”, ma è adatto a una libreria, al luogo in cui i libri appartengono a un unico negozio, non a una fiera, a un mercato immenso in cui si è circondati da centinaia di concorrenti che vendono tutti la stessa cosa e a volte anche a prezzi più bassi!

Naturalmente ci sono le eccezioni, ma ne ho trovate poche. Mi ha colpito soprattutto la mancanza di creatività, di strategie e iniziative originali e simpatiche per presentare i propri libri e distinguersi, lasciare un marchio nella testa del visitatore: quando si è circondati da milioni di libri, chi compra a scatola chiusa libri di autori sconosciuti o di cui non ha mai sentito parlare? E libri che magari sono anche più costosi della media o dell’aspettativa?

Tra i piccoli mi aspettavo cartelli e insegne spiritose, pasticcini e vino, giochi e chiacchiere con i lettori per far conoscere i libri o scoprire i gusti di chi sta osservando, iniziative tipo letture di stralci, ma soprattutto mi aspettavo più iniziativa e il brillio di orgoglio che vedo negli occhi di molti artigiani che a dicembre arrivano a Rho per L’artigiano in fiera.

All’inizio ero contentissima di poter osservare indisturbata tutto ciò che volevo, di partecipare a questa fiera di topolini, tartarughe e ricci, poi ho iniziato a riflettere sulle conseguenze di starsene seduti tranquilli senza intervenire.

So che, in parte, la causa di ciò sono l’introversione e la timidezza, per questo perdono subito di cuore tutti i piccoli editori, ma devo consigliar loro di osare di più, altrimenti “Cerbero” e soci l’avranno sempre vinta! È possibile farsi avanti e presentare i propri prodotti senza risultare molesti o inopportuni.

Sopportare pazientemente i venditori molesti.

A proposito di gente molesta e inopportuna, una cosa che ho trovato estremamente sgradevole è la grande quantità di “venditori porta a porta” che si aggirano per i corridoi per promuovere cose fuori contesto. I rompiballe che ti placcano e recitano a pappagallo la tiritera ci sono in tutte le fiere, ma forse per contrasto, a causa del mutismo dei “venditori seduti”, mi sono sembrati più seccanti del solito.

Perché è tanto difficile capire che la modalità in stile call center è una tecnica di marketing inutile, obsoleta, fastidiosissima e irritante, che ha i soli effetti di sprecare tempo, soldi ed energie, irritare i potenziali clienti e mortificare il povero operatore? I tentativi di “personalizzare” il discorso e cercare il contatto con la preda poi sono ancora più irritanti perché fanno perdere ancora più tempo.

Se anziché pagar gente per attaccarsi come sanguisughe e recitare come un disco rotto le solite frase si organizzassero piccoli, brevi, momenti di presentazione, forse si avrebbero molte più adesioni.

Tempo di… Incazzarmi.

Comunque, dopo aver subito i lunghi placcaggi dei rompiballe ed essere passata accanto allo stand da me più odiato (vi darò un indizio: è quella casa editrice indipendente che ha più scheletri nell’armadio e sui suoi scaffali che Tim Burton nei suoi film) pensavo di aver superato il peggio, invece mi sbagliavo.

Ore 15.30, Sala Tahoma, conferenza su Jane Austen tenuta da Simonetta Agnello Hornby con la partecipazione di Sara Scarafia.

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Il mio intuito mi aveva suggerito di non entrare: come vedete dall’immagine qui riportata e presa dal sito, non c’è scritto NULLA sul contenuto della conferenza, su Jane Austen o su ciò che lega le relatrici a Jane Austen. Le uniche informazioni riportate sono nomi, cognomi e il “passepartout” (La repubblica e Feltrinelli): l’indicatore di notorietà che “legittima” l’esistenza della conferenza, il diritto di essere relatrici e tenere la conferenza.

Perché in Italia, si sa: la notorietà è il passepartout per ogni cosa. Una volta che si è diventati famosi in un certo campo si può passare con estrema facilità ad altri campi pur non avendo né passione né competenza, quindi abbiamo youtubers e giornalisti e scrittori di narrativa e sceneggiatori e modelli e attori e conduttori radiofonici e televisivi e cantanti e musicisti e soubrette e personaggi noti a causa di reality show, ecc… Il mondo dell’arte e della comunicazione sembra fatto da personalità eclettiche, invece è composto da gente che, quando va bene, è esperta in un solo campo e si arrabatta negli altri.

Ora, io sono ormai abituata a conferenze su Jane Austen piuttosto “specialistiche”, tenute da veri appassionati, esperti per studi e/o passione, che quando parlano fondano le proprie affermazioni su ricerche approfondite, precise, e informazioni fondate… sapevo che non sarei dovuta entrare, ma purtroppo sono testarda. Così mi sono beccata questa accuratissima conferenza:

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Intervento “La mia Jane Austen” – Tempo di Libri

Certo, come si evince dai commenti entusiastici sotto al video, alla persona famosa si perdona tutto, anche minestroni simili… Ma io mi chiedo: almeno alle conferenze di eventi di un certo calibro, non si potrebbero evitare interventi approssimativi e superficiali?
A voi sta bene così? A me NO!

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Tempo di Libri? BOCCIATO!

P.s. E mo’ vado a leggere la Storia di… ehm… “Jenji”! X°D